Melenserie,follie, quant'altro
Ognuno, ognuno come ora
spalancando la bocca al cielo
immettendo quanta più aria nei polmoni
irrorando un cuore nero come la pece
sentendo il sangue scorrere, correre
in mezzo a perdifiato
la pelle che scoppia
cosa sarà questo cielo
cosa sarà mai
il mareggiare furioso
onde venti metri
spume sulla cresta
perché bestemmiare
se non vedo il baratro
ah questi spruzzi sul petto
questo odore di fresco salmastro
che dio li, li riguardi
S'io fossi, come fui, come sarò
uomo danzante
sotto la pioggia e il sole
se quest'acqua di violini
oh, se quest'acqua
nera e bianca
spasimante
azzurra
Domani, domani
oggi faremo soltanto l'amore
ti bacerò gli occhi, oggi
ricordandoti già da lontano
Gioco
Non conoscevo il vento
quando lo raccontarono
né l'acqua e il fuoco
Perso tra la luna
e le stelle
il cielo
Quel giorno il caldo
stagnava, feroce
ricordi ?
Quando chiesi
dove
si trovava quell'angolo
tu alitasti
Inferno
Paradiso
Venimmo di là
ombre
proiettate
fulcri
a proiettare
nemmeno riflessi
palpebre scintillanti
addormentate
fuochi
e cademmo
non si sa
dove
memorie
piccole, piccole
tu mi baci
labbra incollate
nella congiunzione
e crediamo
Di nuovo
nuovo, respirare
alzare al bluette
al nerastro di un sentiero
la notte
arcani
profondi diaframmi
verde marini
aspirando
l'oceano
soffocanti
correnti
l'origine
Stanotte
Stanotte ho sognato: di essere tornato bambino. Dieci anni appena compiuti.
Ne è passato del tempo! Eppure il sogno è stato vivido, e tormentato come l'ante, e il sonno di quella notte fino a mattino.
Mia madre, come faceva ormai ogni estate da sette anni, ancora due giorni prima che la scuola finisse aveva iniziato a preparare nella sua camera i due valigioni di cartone pressato color marrone e con le placche di ottone riempiendoli diligentemente poco alla volta: sotto, in una, le stoffe appena più pesanti e via via quelle più leggere per finire con costumi, mutande e calzini; nell'altra scarpe, ciabatte, spazzole, maschere e quant'altro di duro o di forme geometriche come scatole. Il tutto avviluppato in carta di giornale, guaine e sacchetti di plastica perché gli oggetti non potessero venire a contatto.
Il giorno successivo a quello della fine dell'anno scolastico ci aveva svegliato alle cinque del mattino e, senza indulgere come faceva di solito, ci aveva obbligato ad alzarci, a lasciare il tiepido dei nostri letti.
"La corriera c'è alle sei in punto, altrimenti perdiamo la coincidenza!"
Il più svelto ad alzarsi fu mio fratello, che subito occupò il bagno. Lei c'era già stata, e si era anche vestita di tutto punto e truccata con quel po’ di cipria e rossetto che si dava nelle grandi occasioni.
S'era già anche messa le scarpe di coccodrillo marrone scuro aperte ai lati coi tacchi da otto (ma rimaneva bassa e tracagnotta lo stesso), le uniche eleganti per l'estate che avesse.
Alle sei meno venti mio padre abbassava il suo metro e novanta fino ai manici di similpelle delle due valige e diceva" andiamo che sennò facciamo tardi!"
Percorremmo in fila indiana il lungo corridoio che portava dalla porta della cucina alla porta dietro che dava nel giardino, percorremmo il viale ghiaioso fra otto aiuole fiorite, salimmo lo scalino che dava sui portici e mentre la mia nonna paterna piangendo, fuori dalla porta ci sbaciucchiava proprio al volo, ci incamminammo verso la piazza delle corriere.
Questa, per una buona metà, era già piena di "S.i.t.a." irreggimentate come soldati con la giubba azzurra delle truppe napoleoniche (ricordo fresco di scuola); mancavano solo i cavalli bianchi ma mio padre disse che i cavalli erano nel motore- lui aveva un fratello che a forza di fare l'autista per questa società e contemporaneamente aver messo su e gestito lavorando di notte un'officina di rettifica dei motori di questi giganti era riuscito a comprarsene due usati, e così poter vincere in appalto una linea che portava a Porretta- e che era meglio così che altrimenti avresti dovuto sentire che puzza, e che lui se li ricordava bene e come.
Poiché era così sapiente continuammo a seguirlo sempre in fila indiana, mia madre dietro di lui, poi mio fratello ed infine io, finché non arrivammo ad aggirare uno di questi, tappandoci il naso poiché il motore era già stato acceso da buoni dieci minuti o più (infatti sempre mio padre ci disse in quella occasione che erano motori a nafta e che perciò dovevano essere scaldati un bel po’ prima di partire), e finalmente anch'io potei prendermi la mia soddisfazione perché aggirando quello davanti fui il primo, pur essendo l'ultimo, a vedere su nella fronte di quel mastodonte azzurro militare, la scritta Bologna-Rimini.
"Rimini, Rimini ! E' questo bà, è il nostro!".
Al che mio padre stavolta girò intorno al muso anziché farci fare il periplo, e portando il codazzo verso sinistra gridò "montate su che alle valige ci penso io !". Detto fatto, mentre prima mia madre, poi mio fratello e poi io ci apprestavamo a salire i due gradini della corriera egli, proseguito appena di tre passi (ed io lo vidi perché ero rimasto l'ultimo), scaricò con una violenza inaudita in un uomo della sua mitezza tranne quando ci inseguiva con la cinghia dei pantaloni in mano, le due immense valige in fondo alla pancia di quell'essere che non gli aveva fatto niente, anzi.
In tutto il tragitto non s'era piegato un attimo, né s'era fermato un mezzo secondo, non s'era manco fermato a guardare l'ora all'orologio Omega da polso ed ancora aveva tutta quell'energia in corpo.
Dopo aver fatto ciò salì sul pulmann con il suo vestito di lana grigia leggera leggera - un altro di lana pesante lo teneva per l'inverno, quello blu per la mezza stagione - percorse mezzo corridoio fino a raggiungerci, alzò la borsa rimasta a fianco a mia madre e la pigiò nella reticella, che non dovesse caderci sulla testa.
"Allora fate buon viaggio, dammi un bacio Elvira, e enca te, e te, delinquent. Telefonami appena arrivata. Ciao!"
Il viaggio fu di una lentezza esasperante anche per me che lo dormii per mezzo ed anche più, ed insignificante anche, che quell'anno non c'era alcuna novità nel paesaggio che scorreva nel finestrino, rispetto a quelli passati, Né avevano diminuito od aumentato le fermate, né cambiato putacaso la stazione d'arrivo.
In cui scendemmo e mia madre si ritrovò ad affrontare le prime difficoltà delle nostre vacanze.
" Cosa c'è il piombo dentro queste valige signora ? Beh, io gliele appoggio qui ".
" Lo zio Augusto doveva già essere qui a darmi una mano, com'è che non si vede?"
Mia madre si smarriva subito, così dolce com'era. Bastava un niente per vederla girarsi gli occhi marrone da cerbiatta attorno.
Mio Fratello Alfredo, di tredici anni ancora da compiere (li avrebbe compiuti il mese dopo) :- di mà, guarda l'orologio, sono le nove, aspettiamo che lui…? Va là che dorme!
"Ma come dorme quel…….!?"
Lo zio Augusto era il più giovane dei due fratelli di mia madre, nata e cresciuta ai confini della Romagna mentre mio padre era emiliano puro.
Sposato da tre anni aveva continuato nella sua vita da vitellone come niente fosse successo tranne una cosa: aveva limitato le uscite serali da giugno a settembre a quattro a settimana su sette. Ma solo perché gli toccava per le altre tre di fare da portiere notturno nella pensione della mia nonna materna, a Riccione.
Se Monica, la fidanzata da undic' anni poi diventata moglie trovava qualcosa da ridire lui si giustificava davanti a tutti i parenti riuniti nella enorme cucina del piano sottoterra in cui si faceva vita sociale, con quel sorriso disarmante:- ma te lo dico pure anche a te di uscire, di venire al Vallechiara a fare due salti…dai dì che non te lo dico…dillo - e lei :- io….in mezzo a tutte quelle puttane…? T'aspetto in albergo io… e fa che non ti trovi una macchia in giro che una brutto porco…te lo do io Guten Abend Fraulein, baghin….va là !
La cosa si svolgeva invece più tranquilla con Gemma, l'altra cognata di mia madre. Perché suo marito Guido, il più grande dei fratelli, sarebbe tornato il 30 giugno dopo aver passato dieci mesi in Svizzera nel Canton Ticino tra Lugano e Bellinzona con tre amici muratori come lui, e ogni anno che tornava si ritrovava una fame assatanata tale che alle nove e mezzo, massimo alle dieci
Guido s'era spretato quando
Fra loro correvano due figli: il maschio Samuele e la femmina Rosalia.
Perché Guido i primi tre anni di sacerdozio li aveva esercitati a Palermo.
Io intanto fremevo; si pure io di dieci anni fremevo, perché, non si può ?
Io, già a sei anni conoscevo tutte le parole più sconce: figa, cazzo, culo, tette, coglioni, scroto, vulva, vagina, membro, chiavare, soccia che in puro felsineo vuol dire succhiamelo e, sai, fantastica un po’, che il salume tipico di Bologna è la mortadella, e sborrare. Non sapevo ancora eiaculare, non l'avevo trovato e nessuno me l'aveva detto.
Noi sei- settenni, al riparo di Crystal ball, Subbuteo, Specchietti alla Kit Carson, Il Bravo vasaio, gli Shangai, il Revolver nella fondina o nella bandoliera che non mancava mai, al riparo dei Caroselli, ci sparavamo tante di quelle sozzure e tante di quelle ricerche nei vocabolari dei nostri genitori che avevano lasciato la stanza o la panchina del giardino per andarsi a prendere un caffè, un tea, un bicchier d'acqua, farsi un riposino, magari anche una scopatina, che un adulto, ma si, come fa a immaginarselo, a ricordarselo un adulto che deve accudire la casa, i bambini, procurare loro il cibo, cuocerglielo, dar da vestire, portarli in la vacanza, rincorrerli, redarguirli, insegnare loro a comportarsi, farli rigar dritti che altrimenti vengono su dei vagabondi, senza dignità, diventano comunque dei debosciati e perdono il rispetto che la famiglia si è guadagnata mattone su mattone in tante generazioni ?
Fremevo per Gigliola, ecco ! L'amica del cuore di Rosalia che tutti, per non vergognarsene a cominciare dalla madre, poi giù fino al fratello, da tempo immemorabile chiamavano Rosaria. Mentre Samuele era Ele ed io che ero nato dopo, ma dopo, ero Lele.
"Lele, brot birichin ".
Eccolo, lo zio Augusto ! A bordo della sua Moto Morini 175 perché, come si può non impazzire per Pasolini non lo scrittore-poeta-regista, ribelle fino ad infinocchiarsi da solo, ma il vero, l'autentico Pasolini, quello che ti fa, con le sue piegate a
"E
"Dio bono, le valige !"
La notte l'aveva fatta tonda; non era tornato in albergo. Evidente.
"Dì Elvira, hai detto che avresti preso la coincidenza, il filobus !?"
"Vabbè, almeno aiutami a portarle fino là…almeno !"
Si riformò la fila indiana.
Augusto che smadonnava piegato dal peso della valigia più di piombo, mia madre ed Alfredo ai lati di quella col segno meno ed io a trascinare la borsa facendola saltellare dai bordi di ogni marciapiede possibile.
"Là" era a duecento metri dall'arrival delle corriere: la tettoia di plexiglass con annessa pedana fulcro, anima e astronave spaziale di un ammasso disnodante di tubi elettrici a tre metri dal grigiore stradale che raddensava i nomi che contavano della Riviera in un'unica parola: RiminiRiccione.
Luogo, simbolo dove, nell'aria galleggiava quel profumo misto di creme pre dopo solari, depilanti, rassodanti, Bilboa, deodoranti, esotici Paris Munchen London, - Chanel da tirarsi giù i calzoni lì subito sulla passeggiata di platani - cui solo degli occhi già intossicati dall'età di cinque anni sanno mirare e scinderne le scie baluginanti sopra dietro le spalle nude bionde , rosse, marroni nell'avanti indietro dopo cena - aspettando che aprano i Flamingo, Valleverde, Boschetto,
" Ma dai Alfredo, non è mai successo nulla, che sciocco !"
"Intanto corro ad aspettarti alla fermata, metto giù questa e prendo
"E sarà mei và !"
Mia madresuasorellamaggiore, quando voleva farsi intendere, voleva.
Continua
Perché questo sapere
che tutto s'edulcora
e solo una patina
che talvolta masturbi
chi con un piumino
chi come fosse rogna
veli e squame
specchi specchi
di adolescenze
vecchi make up